Materiali a cambiamento di fase - come usarli in edilizia

Gabriele Parisi

Gabriele Parisi

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13 luglio 2026

Edificio con facciata a squame triangolari, che ricorda i materiali a cambiamento di fase per la sua struttura dinamica e adattiva.

Quando una parete si surriscalda durante il giorno, il problema non è soltanto la quantità di calore che attraversa l’involucro, ma anche il momento in cui questo calore entra negli ambienti. I materiali a cambiamento di fase aiutano a gestire proprio questo passaggio, accumulando energia latente durante la fusione e restituendola quando la temperatura diminuisce. Qui chiarisco come funzionano, quali famiglie esistono, dove inserirli nelle strutture edilizie e quali verifiche servono per evitare soluzioni costose ma poco efficaci.

Il punto essenziale per usare bene questi materiali

  • Il calore latente viene assorbito durante il cambio di fase senza un forte aumento della temperatura.
  • In edilizia si usano soprattutto PCM con transizione tra 18 e 40 °C, scelti in base al clima e all’uso dell’edificio.
  • Paraffine, acidi grassi e sali idrati hanno prestazioni e criticità diverse.
  • L’incapsulamento è indispensabile per contenere il materiale quando passa allo stato liquido.
  • Il risultato dipende da temperatura di fusione, posizione, spessore, ventilazione e cicli di ricarica.

Come funziona l’accumulo di calore latente

Un materiale tradizionale, come il calcestruzzo, accumula soprattutto calore sensibile: la sua temperatura aumenta quando assorbe energia e diminuisce quando la cede. Un PCM lavora in modo diverso. Quando raggiunge la temperatura di transizione, fonde o solidifica e assorbe o rilascia una quantità significativa di energia mantenendo la temperatura relativamente stabile.

Nel caso più comune, il materiale è solido nelle condizioni iniziali. Con l’aumento della temperatura fonde, immagazzinando calore latente. Quando l’ambiente si raffredda, il materiale torna solido e restituisce l’energia accumulata. Il ciclo può ripetersi molte volte, purché il prodotto sia stabile e riesca a completare correttamente le fasi di carica e scarica.

Questo meccanismo non equivale all’isolamento termico. L’isolante rallenta il flusso di calore, mentre il PCM lo assorbe temporaneamente e ne sposta l’arrivo nel tempo. Per questo le due strategie possono funzionare bene insieme, ma non sono intercambiabili.

In una parete esposta al sole, ad esempio, il materiale può ridurre il picco termico diurno e ritardare il passaggio del calore verso l’interno. Il beneficio è maggiore quando il calore accumulato viene poi smaltito durante la notte, attraverso ventilazione naturale, VMC o un sistema idronico.

Quali famiglie di materiali si usano

La scelta non riguarda un singolo materiale universale. Esistono diverse famiglie di sostanze, ciascuna adatta a specifiche temperature, configurazioni e requisiti di sicurezza.

Famiglia Esempi Punti di forza Limiti principali
Organici Paraffine, acidi grassi Buona stabilità, corrosività generalmente ridotta, temperatura regolabile Bassa conducibilità termica e possibile combustibilità
Inorganici Sali idrati, miscele saline Elevata densità di accumulo e, in alcuni casi, buona conducibilità Corrosione, separazione di fase e sottoraffreddamento da controllare
Eutettici Miscele organiche o saline Possibilità di ottenere temperature di transizione mirate Prestazioni e compatibilità dipendono molto dalla formulazione
Solido-solido Polimeri o leghe speciali Nessun liquido libero durante la transizione Disponibilità e costi spesso meno favorevoli per l’edilizia comune

Le paraffine sono diffuse perché consentono di ottenere formulazioni con transizione vicina alle temperature di comfort. In letteratura si trovano valori di calore latente indicativamente compresi tra 100 e 250 kJ/kg, ma il dato reale dipende dal prodotto commerciale, dalla purezza e dall’intervallo di fusione.

I sali idrati possono offrire una maggiore densità di accumulo, ma richiedono più attenzione. Fenomeni come la separazione dei componenti, la corrosione degli elementi metallici e il sottoraffreddamento possono ridurre la quantità di energia effettivamente recuperabile.

Per un edificio residenziale non sceglierei mai il materiale partendo soltanto dal valore massimo di calore latente. Prima verifico la temperatura di transizione, il numero di cicli dichiarato, il comportamento al fuoco e la compatibilità con il supporto. Un PCM molto performante sulla scheda tecnica può diventare inutile se non lavora nella fascia termica realmente raggiunta dalla parete.

Dove integrarli nelle strutture edilizie

Lastre e pannelli interni

Le lastre in gesso rivestito con PCM microincapsulato sono una delle soluzioni più semplici da integrare durante una ristrutturazione. Possono essere applicate su pareti e controsoffitti, dove il materiale entra in contatto con l’aria interna e intercetta più facilmente i carichi termici prodotti da persone, apparecchiature e radiazione solare.

Il controsoffitto è spesso una posizione interessante perché offre una superficie ampia senza modificare troppo la stratigrafia delle pareti. Per funzionare bene, però, non deve essere completamente isolato dall’ambiente da finiture o intercapedini che impediscano lo scambio termico.

Intonaci e malte modificate

Microcapsule di paraffina o altri PCM possono essere incorporate in intonaci, rasanti e malte. In questo modo si aumenta la capacità termica dello strato senza aggiungere grandi masse murarie. Alcuni prodotti sono progettati per transizioni intorno a 23-26 °C, una fascia coerente con il comfort estivo in molti ambienti interni.

L’intonaco modificato è utile soprattutto negli edifici leggeri, dove la massa termica tradizionale è ridotta. Non sostituisce però la verifica della resistenza meccanica, dell’adesione e della durabilità. L’aggiunta di microcapsule può cambiare lavorabilità, densità, ritiro e comportamento all’umidità della malta.

Pareti, solai e coperture

Nei pannelli sandwich, nelle pareti ventilate e negli elementi di copertura il PCM può contribuire a ridurre l’ampiezza dell’onda termica. La posizione dello strato è decisiva: collocarlo troppo lontano dalla superficie interna può ritardare o impedire il raggiungimento della temperatura di fusione.

L’inserimento in calcestruzzi e materiali cementizi è oggetto di ricerca, ma va trattato con prudenza. Un elemento strutturale non può perdere prestazioni meccaniche o di resistenza al fuoco per guadagnare capacità di accumulo. Nella maggior parte dei casi è più realistico usare il PCM in componenti non portanti, pannelli, finiture o sistemi tecnici separati dalla struttura principale.

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Sistemi abbinati alla ventilazione

Il PCM può essere integrato in controsoffitti o scambiatori attraversati dall’aria. Durante il giorno assorbe parte del calore, mentre di notte il flusso d’aria più fresco lo riporta allo stato iniziale. È una configurazione interessante per uffici, scuole e ambienti con carichi interni concentrati nelle ore diurne.

La ventilazione notturna non è un dettaglio secondario. Se l’edificio rimane caldo anche dopo il tramonto, il materiale non si solidifica completamente e il giorno successivo parte già parzialmente carico. Dopo pochi cicli, la capacità utile può ridursi molto rispetto a quella teorica.

Come scegliere il prodotto per un progetto reale

La prima verifica riguarda la temperatura di cambiamento di fase. Per un ambiente abitato, un PCM che fonde a 50 °C non aiuta a stabilizzare una stanza che oscilla tra 22 e 30 °C. Per le applicazioni sull’involucro si incontrano spesso intervalli tra 18 e 40 °C, ma il valore corretto deve derivare dal profilo termico dell’edificio.

Non basta conoscere la temperatura nominale. Alcuni prodotti cambiano fase in un intervallo, non in un punto preciso. Il progettista deve quindi considerare la temperatura di inizio e fine fusione, il calore latente disponibile e il comportamento durante la solidificazione.

  • Calore latente, espresso in kJ/kg o kJ/m³, per stimare quanta energia può essere accumulata.
  • Conducibilità termica, perché un valore troppo basso rallenta la carica e la scarica.
  • Spessore e quantità installata, che determinano la capacità effettiva del sistema.
  • Numero di cicli, con verifica della perdita di prestazione nel tempo.
  • Incapsulamento, necessario per evitare perdite, migrazione e contatto con gli altri materiali.
  • Reazione al fuoco, emissioni e compatibilità con finiture, metalli, adesivi e leganti.

L’incapsulamento può essere macro, con contenitori o pannelli, oppure micro, con piccole capsule disperse nella matrice. La microincapsulazione migliora la distribuzione del materiale, mentre la macroincapsulazione può rendere più semplice la manutenzione o la sostituzione. In entrambi i casi bisogna considerare la dilatazione volumica durante la fusione.

Per una nuova costruzione o una riqualificazione energetica importante, il comportamento va simulato con un modello dinamico. La verifica deve includere orientamento, schermature, ventilazione, apporti solari, orari di occupazione e stratigrafia completa. Un calcolo statico della trasmittanza non descrive da solo il funzionamento di un PCM.

Vantaggi e limiti da valutare senza illusioni

Il vantaggio più concreto è la riduzione dei picchi di temperatura. Il materiale può migliorare lo sfasamento, attenuare il flusso termico e diminuire il carico di raffrescamento, soprattutto in edifici con massa ridotta e forti apporti solari.

Può anche aumentare la capacità di accumulo senza ricorrere a pareti molto pesanti. Questo è utile in sopraelevazioni, edifici prefabbricati, riqualificazioni interne e strutture dove non è possibile aggiungere grandi carichi permanenti.

Aspetto Possibile beneficio Condizione necessaria
Comfort estivo Minori oscillazioni della temperatura interna Temperatura di fusione coerente con il comfort
Raffrescamento Riduzione dei picchi di carico Scarica notturna completa o quasi completa
Spessore dell’involucro Maggiore accumulo in strati relativamente sottili Buon trasferimento del calore verso il PCM
Sostenibilità Possibile riduzione dei consumi operativi Durata, manutenzione e fine vita verificati
Costi Soluzione mirata per problemi specifici Analisi tecnico-economica sull’intero sistema

Il limite più frequente è la bassa conducibilità termica, soprattutto nei materiali organici. Se il calore non raggiunge tutto il volume del PCM, soltanto una parte del prodotto cambia fase e la capacità effettiva resta inferiore a quella dichiarata.

Esistono poi problemi di sicurezza e durabilità. Le paraffine possono richiedere una classificazione al fuoco adeguata, mentre alcuni sali possono essere aggressivi verso i metalli. Per prodotti da costruzione è prudente controllare la documentazione del fabbricante, la classificazione di reazione al fuoco secondo EN 13501-1, le prestazioni dichiarate e le condizioni di posa.

Il costo non dovrebbe essere valutato soltanto in euro al chilogrammo. Bisogna includere supporti, capsule, posa, simulazione, eventuali sistemi di ventilazione e manutenzione. In molti casi un buon isolamento, una schermatura solare esterna o una ventilazione notturna ben progettata producono un risultato più semplice e conveniente.

Gli errori che riducono l’efficacia del PCM

Il primo errore è scegliere il materiale in base al solo calore latente. La temperatura di fusione viene prima del dato energetico: se il materiale non raggiunge la transizione nelle condizioni operative, la sua capacità resta inutilizzata.

Un secondo problema consiste nel collocarlo dietro strati troppo resistenti al passaggio del calore. Una finitura isolante, una lastra distanziata o una barriera non prevista possono impedire al PCM di caricarsi durante il giorno.

È sbagliato anche considerare il PCM come una sostituzione automatica dell’impianto di climatizzazione. La tecnologia può ridurre i picchi e migliorare il comfort, ma non elimina i carichi termici. In un edificio con grandi superfici vetrate, schermature assenti e ventilazione insufficiente, l’effetto sarà inevitabilmente limitato.

Infine, molti progetti ignorano la fase di scarica. Il materiale deve tornare nelle condizioni iniziali entro il ciclo successivo. Per questo considero indispensabile verificare almeno un’intera settimana di funzionamento, includendo giornate calde, notti poco ventilate e variazioni nell’uso degli ambienti.

La scelta giusta parte dal ciclo termico dell’edificio

I materiali a transizione di fase hanno senso quando risolvono un problema preciso: picchi estivi, scarsa massa termica, necessità di spostare i carichi o impossibilità di aumentare lo spessore delle strutture. Il risultato migliore nasce dall’integrazione con isolamento, schermature, ventilazione e impianti efficienti.

Prima di inserirli in una parete o in un controsoffitto, definirei quattro dati: quando arriva il calore, quale temperatura deve essere stabilizzata, quanto materiale può essere installato e come verrà scaricato. Senza queste risposte, il PCM rischia di diventare soltanto un componente sofisticato della stratigrafia.

Quando invece il ciclo giornaliero è favorevole e la soluzione viene verificata con dati termici reali, l’accumulo latente può offrire un vantaggio concreto, soprattutto negli edifici leggeri e nelle riqualificazioni dove ogni centimetro e ogni grado di temperatura fanno la differenza.

Questo articolo ha carattere esclusivamente informativo ed educativo. Il materiale è stato elaborato con il supporto di moderni strumenti analitici e linguistici (IA). Prima di prendere una decisione, consulta un esperto.

Domande frequenti

La scelta parte dalla temperatura reale raggiunta dall’ambiente e dalla parete, non dal solo calore latente. Per molte applicazioni edilizie si considerano PCM con transizione tra 18 e 40 °C, verificando anche conducibilità termica, spessore, numero di cicli, reazione al fuoco e compatibilità con i materiali vicini.

Le soluzioni più pratiche sono lastre e pannelli interni in pareti o controsoffitti, oltre a intonaci, rasanti e malte modificate. Il controsoffitto può offrire un’ampia superficie di scambio, ma non deve essere separato dall’aria interna da finiture o intercapedini che ostacolino il trasferimento del calore.

Le paraffine offrono buona stabilità, corrosività generalmente ridotta e temperature di transizione regolabili, ma hanno bassa conducibilità termica e possono essere combustibili. I sali idrati possono avere una densità di accumulo maggiore, però richiedono controlli su corrosione, separazione di fase e sottoraffreddamento.

Durante la notte l’aria più fresca, la VMC o un sistema idronico devono smaltire il calore accumulato e riportare il materiale allo stato iniziale. Se il PCM resta parzialmente fuso, il giorno successivo dispone di una capacità utile ridotta e può perdere efficacia dopo più cicli.
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pcm paraffine sali idrati microincapsulazione ventilazione notturna

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Autor Gabriele Parisi
Gabriele Parisi
Mi chiamo Gabriele Parisi e da 10 anni mi occupo di approfondire e divulgare tematiche legate all'edilizia, agli impianti e alle normative tecniche. La mia passione per questo settore nasce dalla volontà di rendere accessibili concetti complessi, aiutando professionisti e appassionati a navigare nel mondo delle costruzioni e delle installazioni. In prysmiancableapp.it, mi dedico a ricercare, verificare e presentare informazioni precise e aggiornate, con l'obiettivo di offrire contenuti chiari e utili che possano realmente supportare chi lavora in questo ambito o semplicemente desidera saperne di più. Cerco sempre di analizzare le tendenze, confrontare le diverse fonti e organizzare il sapere in modo che sia facilmente comprensibile.
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